Cominciò così la sua vera vita d’innamorata, perchè adesso che con Guido si erano visti nudi, tutto pareva diverso. Adesso sì che era come sposata e, anche da sola, bastava pensare ai suoi occhi, come l’avevano guardata, per non sentirsi più sola. “Vuol dire questo sposarsi”. Chi sa la mamma se aveva fatto come loro. Ma le pareva impossibile che degli altri nel mondo avessero avuto quel coraggio. Nessuna donna, nessuna ragazza, poteva aver visto un uomo nudo come lei vedeva Guido. Una cosa simile non può succedere due volte.

Ma Ginia non era una stupida, e sapeva che tutte quante si dice così. Anche Rosa, quella volta che voleva ammazzarsi. C’era soltanto di diverso che Rosa faceva l’amore nei prati e non sapeva com’era bello chiacchierare e trovarsi con Guido.

Eppure con Guido sarebbe stato bello anche nei prati. Ginia ci pensava sempre. Malediceva la neve e il gran freddo che non lasciavano far niente, e pensava, stordita dal piacere, alla prossima estate che sarebbero andati in collina, che avrebbero passeggiato di notte, che avrebbero aperto le vetrate. Guido le aveva detto: “Mi devi vedere in campagna. Solo allora dipingo. Nessuna ragazza è bella come una collina”.

Cesare Pavese

È bella come gli antichi amori, che erano uno scontro e una lotta, non una discussione, come oggi. Da quale profondità viene fuori, dove l’ho intravista prima d’ora? Soltanto nei poeti greci o in villeggiatura, quand’ero ragazzo. Che libertà, che ritorno ai vecchi profumi, questa è una donna dai lunghi, ostinati silenzi, è una donna capace di morire d’amore senza mai parlare, chiusa come un fiore che si apre soltanto la notte. Che vittoria riuscire a farla sorridere.

Ennio Flaiano

As we stared beyond the windows there
Over all the gardens
That have never been
And will never grow again
How long
How long
The shining winking stars
The clouds too high
So high
Pointing to some final star
The dull face of the sky
And the sound of the calling
Of the distant village bell
And all that
The sun is not enough for us
Any longer
And her smile
Though she wears her hat
And her cheery rays
Do not blanket with their glorious glare
The burning body
With distorted nimbus
I see too well
Just beyond my neighbour’s house
It does not blank out
The last sigh of the soul
Whilst the night rejoices profound and still
At the edge of your street
Both shadow and destroyer
But not alas
The comforter

David Tibet

Rina mia
come descriverti lo sguardo idiota di questa gente dopo esser stati baciati dal tuo! Rina io potrei rinunciare a te, ma per sempre. Cosi bella come un réve potrei dimenticarti solo per andare molto lontano e non tornare più. Davanti alle cose troppo grandi sento l’inutilità della vita. Il mare ieri era discretamente bello. Sono andato di notte al mare. Avevo visto i monti pisani velati da cui sorge la luna di D’annunzio senza foco di cui leggemmo e due aeroplani che volavano sul treno. Mia vergine perché leggemmo d’Annunzio prima di partire? Nessuno come lui sa invecchiare una donna o un paesaggio. Mio amore come vuoi che ti ami? Pallida, con una vita senza foco come col suo diritto il macchinista stinge il paesaggio e viola il ciclo che non conquista? Sciocchezze? Ma sai quanto ne ho sofferto!

Ecco quello che ci divide. Non ho visto e non vedrò nessuno. Non troppe cose dimmi. Pensa che per vivere l’assurdità del nostro amore hai bisogno di tutta la tua grazia. Quando sempre mai forse parole giravano nel soffitto del mio cervello. La città è una serie di cassoni balordi. Appiccicato alla spallina del passeggio guardo il mare senza parole come io sono senza pensiero.

Mio amore mio amore La Gorgona è un dosso lontano sul mare abbandonata laggiù nei tramonti. Tu ora mi conosci e potremmo abitare lontani se non mi abbandoni col pensiero. Una volta in Sardegna entrai in una casa con fuori una vecchia lanterna di ferro che illuminava la parete di granito. Fuori la via metteva sulla costa pietrosa che scendeva dall’altipiano al mare. Questo ricordo che non ricorda nulla è cosi forte in me! La costa bianca di macigni aveva bevuto il tramonto cupo e rosso che chiudeva l’isola e ora colla lanterna rugginosa solo le stelle sull’altipiano brillavano a me a Garcla. Io baciai la parete di granito senza pensare e non so ancora perché. Ricordo che in quella casa stava la sarda moglie dell’alcoolizzato amico dell’amico del nostro amico. Bevemmo il moscato bianco salmastro di Sardegna ed è idiota come mi ricordo di tutto questo. La mia padrona e dell’Isola del Giglio dove io farei certamente bene ad andare ad abitare per un anno almeno. Tu non ne vedi la possibilità?

Dovremmo ancora vedere le Alpi. Nietsche scendeva di là al mare colla sua sfida. Aimè Rina perché non mi lasci morire? La Fedelweis non è d’Annunziano e la Dora scende in tumulto e il più leggero dei baci crea ancora forse come quando dicevo

Come delle torri d’acciaio
Nel cuore bruno della sera II mio spirito ricrea
Per un bacio taciturno

Ah miseria di questi ritorni. Puoi amarmi? ancora? ancora? ancora? Non ti scriverò. Le mie lettere sono fatte per essere bruciate.

Dino Campana

Livorno, 4 Gennaio 1917

To be modern is to live a life of paradox and contradiction. It is to be overpowered by the immense bureaucratic organizations that have the power to control and often to destroy all communities, values, lives; and yet to be undeterred in our determination to face these forces, to fight to change their world and make it our own. It is to be both revolutionary and conservative: alive to new possibilities for experience and adventure, frightened by the nihilistic depths to which so many modern adventures lead, longing to create and to hold on to something real even as everything melts. We might even say that to be fully modern is to be anti-modern: from Marx’s and Dostoyevsky’s time to our own, it has been impossible to grasp and embrace the modern world’s potentialities without loathing and fighting against some of its most palpable realities. No wonder then that, as the great modernist and anti-modernist Kierkegaard said, the deepest modern seriousness must express itself through irony. Modern irony animates so many great works of art and thought over the past century; at the same time, it infuses millions of ordinary people’s lives.

Marshall Berman, preface to All that is solid melts into air (via maxsipowicz)

Quel giro di portico intorno al cortile, quelle scalette di mattoni per cui dai corridoi s’andava sotto i tetti, e la grande cappella semibuia, facevano un mondo che avrei voluto anche piú chiuso, piú isolato, piú tetro. Fui bene accolto da quei preti che del resto, lo capii, c’erano avvezzi: parlavano del mondo esterno, della vita, dei fatti della guerra con un distacco che mi piacque.
Intravidi e ignorai i ragazzi, rumorosi e innocui. Trovavo sempre un’aula vuota, una scala, dove passare un altro poco di tempo, allungarmi la vita star solo. I primi giorni trasalivo a ogni insolito gesto, a ogni voce: avevo l’occhio a pilastri, a passaggi, a porticine, sempre pronto a rintanarmi e sparire. Per molti giorni e molte notti mi durò in bocca quel sapore di sangue, e i rari momenti che riuscivo a calmarmi e ricordare la giornata della fuga e dei boschi tremavo all’idea del pericolo cui ero scampato, del cielo aperto, delle strade e degli incontri. Avrei voluto che la soglia del collegio, quel freddo portone massiccio, fosse murata, fosse come una tomba.
Nel giro del portico passarono i giorni. Cappella, refettorio, lezioni, refettorio, cappella. Il tempo cosí sminuzzato chiudeva i pensieri, trascorreva e viveva in luogo mio. Entravo in cappella con gli altri, ascoltavo le voci, chinavo il capo e lo rialzavo, ripetevo le preghiere. Ripensavo all’Elvira, se l’avesse saputo. Ma ripensavo anche alla pace, alla scoperta di quel giorno della chiesa, e coprendomi gli occhi covavo il tumulto terribile. Le vetrate della cappella erano povere e scure, il tempo s’era guastato e oscurato, piovigginava giorno e notte, io covavo nel freddo il terrore e la chiusa speranza. Quando seduto in refettorio sotto il baccano dei ragazzi mi umiliavo in un cantuccio e scaldavo le mani a quel piatto, mi compiacevo di esser come un mendicante. Che certi ragazzi brontolassero sulla preghiera, sul servizio, sui cibi, mi metteva a disagio, mi riempiva di un superstizioso rancore, di cui del resto mi accusavo. Ma per quanto tacessi, chinassi la testa, raccogliessi i pensieri, non ritrovavo piú la pace di quel giorno della chiesa. Entrai qualche volta da solo in cappella, nel freddo buio mi raccolsi e cercai di pregare; l’odore antico dell’incenso e della pietra mi ricordò che non la vita importa a Dio ma la morte. Per commuovere Dio, per averlo con sé — ragionavo come fossi credente — bisogna aver già rinunciato, bisogna essere pronti a sparger sangue. Pensavo a quei martiri di cui si studia al catechismo. La loro pace era una pace oltre la tomba, tutti avevano sparso del sangue. Com’io non volevo.
In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo esser buono per essere salvo.

Cesare Pavese

White light clutters wild skies
feeding the last fall
of bright flashing day
onto land and sea like

this one moment
just before stark lightning and thunder falls
thunder falls is falled
filled with a silent ache
white and clear
soaking in the wide open space

and what rings thru the pure mad air
darkening now
all around
rolling and towering
overawing
deftly soaring high
high up in the wild skies
chasing air
so high above the tiny face that looks
watching it all

overflowing with a love

Martyn Bates