Due generi di spiriti: diurni e notturni. Non hanno né lo stesso metodo, né la stessa etica. In pieno giorno ci si sorveglia; al buio si dice tutto. Le conseguenze, salutari o nefaste, di ciò che pensa importano poco a chi si interroga nelle ore in cui gli altri sono preda del sonno. Perciò rimugina sulla disdetta di essere nato senza preoccuparsi del male che può fare ad altri o se stesso. Dopo mezzanotte comincia l’ubriacatura delle verità perniciose.

Emil Cioran (via samizdat89)

Cominciò così la sua vera vita d’innamorata, perchè adesso che con Guido si erano visti nudi, tutto pareva diverso. Adesso sì che era come sposata e, anche da sola, bastava pensare ai suoi occhi, come l’avevano guardata, per non sentirsi più sola. “Vuol dire questo sposarsi”. Chi sa la mamma se aveva fatto come loro. Ma le pareva impossibile che degli altri nel mondo avessero avuto quel coraggio. Nessuna donna, nessuna ragazza, poteva aver visto un uomo nudo come lei vedeva Guido. Una cosa simile non può succedere due volte.

Ma Ginia non era una stupida, e sapeva che tutte quante si dice così. Anche Rosa, quella volta che voleva ammazzarsi. C’era soltanto di diverso che Rosa faceva l’amore nei prati e non sapeva com’era bello chiacchierare e trovarsi con Guido.

Eppure con Guido sarebbe stato bello anche nei prati. Ginia ci pensava sempre. Malediceva la neve e il gran freddo che non lasciavano far niente, e pensava, stordita dal piacere, alla prossima estate che sarebbero andati in collina, che avrebbero passeggiato di notte, che avrebbero aperto le vetrate. Guido le aveva detto: “Mi devi vedere in campagna. Solo allora dipingo. Nessuna ragazza è bella come una collina”.

Cesare Pavese

È bella come gli antichi amori, che erano uno scontro e una lotta, non una discussione, come oggi. Da quale profondità viene fuori, dove l’ho intravista prima d’ora? Soltanto nei poeti greci o in villeggiatura, quand’ero ragazzo. Che libertà, che ritorno ai vecchi profumi, questa è una donna dai lunghi, ostinati silenzi, è una donna capace di morire d’amore senza mai parlare, chiusa come un fiore che si apre soltanto la notte. Che vittoria riuscire a farla sorridere.

Ennio Flaiano

As we stared beyond the windows there
Over all the gardens
That have never been
And will never grow again
How long
How long
The shining winking stars
The clouds too high
So high
Pointing to some final star
The dull face of the sky
And the sound of the calling
Of the distant village bell
And all that
The sun is not enough for us
Any longer
And her smile
Though she wears her hat
And her cheery rays
Do not blanket with their glorious glare
The burning body
With distorted nimbus
I see too well
Just beyond my neighbour’s house
It does not blank out
The last sigh of the soul
Whilst the night rejoices profound and still
At the edge of your street
Both shadow and destroyer
But not alas
The comforter

David Tibet

Rina mia
come descriverti lo sguardo idiota di questa gente dopo esser stati baciati dal tuo! Rina io potrei rinunciare a te, ma per sempre. Cosi bella come un réve potrei dimenticarti solo per andare molto lontano e non tornare più. Davanti alle cose troppo grandi sento l’inutilità della vita. Il mare ieri era discretamente bello. Sono andato di notte al mare. Avevo visto i monti pisani velati da cui sorge la luna di D’annunzio senza foco di cui leggemmo e due aeroplani che volavano sul treno. Mia vergine perché leggemmo d’Annunzio prima di partire? Nessuno come lui sa invecchiare una donna o un paesaggio. Mio amore come vuoi che ti ami? Pallida, con una vita senza foco come col suo diritto il macchinista stinge il paesaggio e viola il ciclo che non conquista? Sciocchezze? Ma sai quanto ne ho sofferto!

Ecco quello che ci divide. Non ho visto e non vedrò nessuno. Non troppe cose dimmi. Pensa che per vivere l’assurdità del nostro amore hai bisogno di tutta la tua grazia. Quando sempre mai forse parole giravano nel soffitto del mio cervello. La città è una serie di cassoni balordi. Appiccicato alla spallina del passeggio guardo il mare senza parole come io sono senza pensiero.

Mio amore mio amore La Gorgona è un dosso lontano sul mare abbandonata laggiù nei tramonti. Tu ora mi conosci e potremmo abitare lontani se non mi abbandoni col pensiero. Una volta in Sardegna entrai in una casa con fuori una vecchia lanterna di ferro che illuminava la parete di granito. Fuori la via metteva sulla costa pietrosa che scendeva dall’altipiano al mare. Questo ricordo che non ricorda nulla è cosi forte in me! La costa bianca di macigni aveva bevuto il tramonto cupo e rosso che chiudeva l’isola e ora colla lanterna rugginosa solo le stelle sull’altipiano brillavano a me a Garcla. Io baciai la parete di granito senza pensare e non so ancora perché. Ricordo che in quella casa stava la sarda moglie dell’alcoolizzato amico dell’amico del nostro amico. Bevemmo il moscato bianco salmastro di Sardegna ed è idiota come mi ricordo di tutto questo. La mia padrona e dell’Isola del Giglio dove io farei certamente bene ad andare ad abitare per un anno almeno. Tu non ne vedi la possibilità?

Dovremmo ancora vedere le Alpi. Nietsche scendeva di là al mare colla sua sfida. Aimè Rina perché non mi lasci morire? La Fedelweis non è d’Annunziano e la Dora scende in tumulto e il più leggero dei baci crea ancora forse come quando dicevo

Come delle torri d’acciaio
Nel cuore bruno della sera II mio spirito ricrea
Per un bacio taciturno

Ah miseria di questi ritorni. Puoi amarmi? ancora? ancora? ancora? Non ti scriverò. Le mie lettere sono fatte per essere bruciate.

Dino Campana

Livorno, 4 Gennaio 1917