To be modern is to live a life of paradox and contradiction. It is to be overpowered by the immense bureaucratic organizations that have the power to control and often to destroy all communities, values, lives; and yet to be undeterred in our determination to face these forces, to fight to change their world and make it our own. It is to be both revolutionary and conservative: alive to new possibilities for experience and adventure, frightened by the nihilistic depths to which so many modern adventures lead, longing to create and to hold on to something real even as everything melts. We might even say that to be fully modern is to be anti-modern: from Marx’s and Dostoyevsky’s time to our own, it has been impossible to grasp and embrace the modern world’s potentialities without loathing and fighting against some of its most palpable realities. No wonder then that, as the great modernist and anti-modernist Kierkegaard said, the deepest modern seriousness must express itself through irony. Modern irony animates so many great works of art and thought over the past century; at the same time, it infuses millions of ordinary people’s lives.

Marshall Berman, preface to All that is solid melts into air (via maxsipowicz)

Quel giro di portico intorno al cortile, quelle scalette di mattoni per cui dai corridoi s’andava sotto i tetti, e la grande cappella semibuia, facevano un mondo che avrei voluto anche piú chiuso, piú isolato, piú tetro. Fui bene accolto da quei preti che del resto, lo capii, c’erano avvezzi: parlavano del mondo esterno, della vita, dei fatti della guerra con un distacco che mi piacque.
Intravidi e ignorai i ragazzi, rumorosi e innocui. Trovavo sempre un’aula vuota, una scala, dove passare un altro poco di tempo, allungarmi la vita star solo. I primi giorni trasalivo a ogni insolito gesto, a ogni voce: avevo l’occhio a pilastri, a passaggi, a porticine, sempre pronto a rintanarmi e sparire. Per molti giorni e molte notti mi durò in bocca quel sapore di sangue, e i rari momenti che riuscivo a calmarmi e ricordare la giornata della fuga e dei boschi tremavo all’idea del pericolo cui ero scampato, del cielo aperto, delle strade e degli incontri. Avrei voluto che la soglia del collegio, quel freddo portone massiccio, fosse murata, fosse come una tomba.
Nel giro del portico passarono i giorni. Cappella, refettorio, lezioni, refettorio, cappella. Il tempo cosí sminuzzato chiudeva i pensieri, trascorreva e viveva in luogo mio. Entravo in cappella con gli altri, ascoltavo le voci, chinavo il capo e lo rialzavo, ripetevo le preghiere. Ripensavo all’Elvira, se l’avesse saputo. Ma ripensavo anche alla pace, alla scoperta di quel giorno della chiesa, e coprendomi gli occhi covavo il tumulto terribile. Le vetrate della cappella erano povere e scure, il tempo s’era guastato e oscurato, piovigginava giorno e notte, io covavo nel freddo il terrore e la chiusa speranza. Quando seduto in refettorio sotto il baccano dei ragazzi mi umiliavo in un cantuccio e scaldavo le mani a quel piatto, mi compiacevo di esser come un mendicante. Che certi ragazzi brontolassero sulla preghiera, sul servizio, sui cibi, mi metteva a disagio, mi riempiva di un superstizioso rancore, di cui del resto mi accusavo. Ma per quanto tacessi, chinassi la testa, raccogliessi i pensieri, non ritrovavo piú la pace di quel giorno della chiesa. Entrai qualche volta da solo in cappella, nel freddo buio mi raccolsi e cercai di pregare; l’odore antico dell’incenso e della pietra mi ricordò che non la vita importa a Dio ma la morte. Per commuovere Dio, per averlo con sé — ragionavo come fossi credente — bisogna aver già rinunciato, bisogna essere pronti a sparger sangue. Pensavo a quei martiri di cui si studia al catechismo. La loro pace era una pace oltre la tomba, tutti avevano sparso del sangue. Com’io non volevo.
In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo esser buono per essere salvo.

Cesare Pavese

White light clutters wild skies
feeding the last fall
of bright flashing day
onto land and sea like

this one moment
just before stark lightning and thunder falls
thunder falls is falled
filled with a silent ache
white and clear
soaking in the wide open space

and what rings thru the pure mad air
darkening now
all around
rolling and towering
overawing
deftly soaring high
high up in the wild skies
chasing air
so high above the tiny face that looks
watching it all

overflowing with a love

Martyn Bates

Un attimo di chiarezza dura così poco.
L’oscurità resta più a lungo. Vi sono
più oceani che terraferma. Più
ombra che forma.

Adam Zagajewski